Interventi
Interventi
Marco Masella
Da “Ti piace vincere facile?” a “Non ha prezzo!”
“Per raggiungere certi risultati dobbiamo abituare il nostro fisico e la nostra mente,
bisogna educarsi alla fatica, bisogna educare alla fatica”.
“Grandi o piccoli obiettivi possono essere raggiunti solo da coloro che non hanno paura di fare fatica”.
“Le aziende hanno bisogno di riscoprire il valore di una sana fatica”.

Nella maggior parte dei casi le persone sanno indicare senza difficoltà, seppur in modo grossolano, cosa intendono per successo e quasi sempre hanno ben chiaro come perseguirlo. Sanno che per raggiungere certi risultati bisogna impegnarsi... “voglio dimagrire, quindi devo andare in palestra due volte la settimana e fare attenzione alla mia alimentazione”. Semplice! E invece no. Molte palestre basano il loro business sugli assenti, non sui frequentatori. Se tutti gli iscritti si presentassero contemporaneamente non riuscirebbero neanche ad entrare. I gestori di questi luoghi, ben consci di tale meccanismo, sanno che su cento iscritti solamente il 30/40% frequenterà realmente.

Sappiamo cosa fare per migliorarci, per essere più performanti eppure non lo facciamo. Perché?

Allo stesso modo, le aziende sanno cosa è meglio o cosa è utile eppure non lo fanno. Perché?

Spesso la risposta viene banalizzata con i concetti di pigrizia, malafede e indolenza da parte dei soggetti a cui si fa riferimento. Ma, se da una parte ci sono manager che sembrano confermare questo, dall’altra capita d’incontrare persone che possiamo considerare un esempio da seguire, da imitare, da ammirare; si tratta di uomini e donne che riescono a raggiungere risultati non comuni. Ma perché e come ci riescono? Fanno fatica, fanno molta fatica. La differenza è che si allenano con tanta costanza e tenacia da considerare ormai la fatica una parte imprescindibile della propria vita, fino a non sentirla più.

Nell’era dello zapping, del comodo e del facile, il rischio è invece credere che si possano raggiungere risultati eccezionali stando fermi, sul divano. Pubblicità invitanti ci raccontano quanto è semplice vincere soldi, macchine, lauree o qualsiasi altra cosa. Non è così.

I risultati si raggiungono solo con strumenti adeguati. Impegno, perseveranza, metodo sono concetti e soprattutto abitudini a cui dobbiamo educarci.

Ecco i punti salienti dell’intervento:
  • I volti del successo
  • Le contraddizioni della fatica
  • La fatica: questione di metodo
  • Il successo: questione di metodo



Giuliano Bergamaschi
La fatica come cuore del successo
L’atleta tentenna nell’ultimo esercizio, il muratore lascia cadere il mattone,
lo scolaro sbuffa sul suo libro, l’anziano si affatica a portare il cucchiaio alla bocca,
l’impiegato muore alla vista delle scartoffie, l’emigrato cerca a stento le parole per spiegarsi…
colui che ha tutto fatica a volere ancora e colui che non ha niente fatica a sperare…!
E Dio stesso al settimo giorno si riposò.


La fatica, secondo una certa accezione della filosofia classica greca,
resta la dimensione per eccellenza dell’essere uomo ed esprime il senso più profondo dell’individuo
in rapporto al suo compito più proprio: il pensare.


Mille forme della fatica. La fatica policromatica. Non c’è esperienza più umana e sempre più attuale dell’esperienza della fatica. La sua attualità non è dovuta alla spettacolarità, ma piuttosto al fatto che essa si radica nell’esistere umano come esperienza intima di ogni cuore.

La fatica, infatti, non è un fenomeno oggettivo ma piuttosto una dimensione dell’uomo che nasce dalla sua relazione con il tempo, l’ambiente, la morte, lo sforzo di esistere, il senso e non senso della propria vita. In questa ottica la fatica – che non sia solo muto dolore - va sempre accompagnata alla “vigilanza del cuore” (R. Assagioli) al fine di far percepire alla nostra coscienza la possibile e migliore forma di realizzazione personale.

Nel momento in cui entra nella soggettività dell’individuo, la fatica assume un nome e un cognome ed ecco nascere “la mia fatica”, che si esprime attraverso una doppia espressione: da una parte vi è la fatica contro e dall’altra la fatica per ciò di cui si lotta.

Fatica contro e fatica per rendono testimonianza del mistero della fatica. La fatica contro è la fatica legata ai nostri limiti e si avvale del pazientare, la fatica per è legata alla nostra possibilità e si avvale del progettare. Insieme alimentano la generosità del fare.

Ed ecco i due concetti complementari e imprescindibili del lavoro dell’uomo: il fare e la generosità. Se da una parte, infatti, non è il riposo – per altro possibile fonte di inettitudine - che ci alleggerisce della nostra fatica, dall’altra anche la generosità da sola non basta. Nuovi elementi prendono luce: il fare generoso, che secondo la tradizione cristiana si esprime nel seguente scritto: “Per far fruttare le cose bisogna amarle”, insieme all’ abilità e al sapere. Ma anche questi ultimi due requisiti, che ordinariamente si stimano i soli necessari per il successo, non sono sufficienti se si vuole un successo duraturo. Il vero successo per l’uomo è dato dalla capacità di affrontare, rinnovare e arricchire le proprie attività della fatica più difficile ma anche più intensa: la fatica della generosità e la fatica dell’amore.

L’intervento percorrerà ed esporrà dunque i seguenti concetti:
  • Fenomenologia della fatica
  • Il valore della fatica
  • La fatica del pensare
  • La fatica del cuore
  • Fatica "contro" e Fatica "per"
  • La fatica tra progetto e motivazione




TESTIMONIANZE DAL MONDO SPORTIVO

Ferdinando De Giorgi
Vincere o perdere, soprattutto non accontentarsi mai!
"Alla base di tutti i successi c'è il lavoro.
Dire che si è vinto perché quella era una generazione di fenomeni
è riduttivo perché toglie il merito al grande lavoro
di allenatori e giocatori. Vincere significa sacrificio.
Con il lavoro, «Generazione di Fenomeni»
si può diventare sempre"

Pasquale Gravina, capitano Nazionale Azzurra
Ferdinando De Giorgi, nato a Squinzano (LE) nel 1961, è allenatore del Lube Volley Macerata, squadra che ha portato alla vittoria dello scudetto nella stagione 2005/2006.

Dopo la sua iniziale attività come professore di educazione fisica, ha percorso una lunga carriera da giocatore costellata di successi, ottenuti sia nei club che con la Nazionale italiana di pallavolo. Con 330 presenze in Nazionale, è stato infatti per quasi 20 anni uno dei più forti palleggiatori italiani, riconosciuto per le notevoli doti tecniche e tattiche, fino all’ultima grande vittoria italiana ai campionato mondiali del 1998.

Nel 2001 la sua prima esperienza nelle vesti di allenatore-giocatore, a Cuneo. Nella stagione 2002/2003 assume il ruolo di allenatore a tutti gli effetti, abbandonando l’attività di atleta.

Vittoria o sconfitta, in entrambi i casi, seppur in condizioni diverse, entra in gioco la fatica. La fatica di continuare, di essere ancora vincenti, trovando la forza di mettere da parte la vittoria stessa, prenderne le distanze, per tornare con umiltà ad allenarsi ancora e più di prima.

Dall’altra parte la fatica mentale di accettare la propria debolezza nei confronti dell’avversario e rinnovare la fiducia nella tenacia e nell’impegno di tutta la propria squadra.

Due tipi di fatica che ritroviamo nella vita, nel lavoro, in azienda. Due declinazioni di una stessa grande fatica: non accontentarsi mai delle cose ma ricercare sempre la più alta soddisfazione per sé e per gli altri. Ecco i punti salienti della testimonianza:
  • Raggiungere e mantenere performance vincenti
  • Motivazione e impegno: la fatica di rinnovarli quotidianamente
  • Recuperare la forza mentale
  • La difficoltà delle scelte
  • Un concetto importante: assumersi le proprie responsabilità




Angelo Lascioli
Educare alla fatica
Perché faticare per far crescere o per crescere?
Perché impegnarsi, sforzarsi, sacrificarsi per educare e/o educarsi?
Perché dovrebbe essere necessario faticare laddove con altri mezzi
si possono ottenere medesimi (solo apparentemente) obiettivi?”


“È mia opinione che vi siano caratteristiche tipiche dell’uomo che possono rendere davvero grande
il futuro dell’umanità, il cui frutto può maturare solo in una terra in cui l’educare,
oltre a restare un compito meraviglioso, continui a confrontarsi con la fatica”.


Termini quali fatica, sacrificio, sforzo, impegno sembrano oggi in disuso. Si assiste ad una sorta di “rottamazione” linguistica attraverso la quale si sta operando il rinnovo del “parco delle parole” con cui diciamo – e quindi pensiamo – il senso ed il significato del fare e dell’agire umano. Appare normale, anzi evoluto, smettere di guardare alla vita con lo sguardo attento a determinati problemi. Avviene così che termini quali successo, fortuna, look, charme, forma fisica, tendenza, prestigio, ecc., appaiano più adeguati alla definizione del problema e così anche alle possibili soluzioni.

Se consideriamo però che le trasformazioni del linguaggio non rappresentano un evento che riguarda solo il dizionario, ma anche la coscienza dell’uomo e, quindi, i modi attraverso i quali egli pensa e guarda alla realtà, la rimozione di determinate parole a favore di altre è una vera e propria operazione culturale i cui risvolti sono etici, sociali ed educativi. Parlare della fatica dell’educazione in un contesto, quale quello appena tratteggiato, significa chiedersi se e perché ha ancora senso coniugare all’educazione processi ed eventi la cui esperibilità non solo appare “obsoleta” ma addirittura perniciosa per lo sviluppo umano.

Basta guardare la realtà di chi, in qualità di genitore, insegnante o educatore, è impegnato quotidianamente nel compito di educare, per accorgersi che il problema esiste ed è costantemente presente nel lavoro educativo. O si capisce che nella fatica è presente un valore per l’uomo e, quindi, si comincia a guardare ad essa come ad una struttura funzionale allo sviluppo di caratteristiche imprescindibili, oppure non ha più davvero alcun senso parlare della “fatica di educare”. In virtù della propria struttura pedomorfa, l’uomo è aperto a molteplici possibilità di divenire. Ognuno è nella condizione di diventare uno, molti o nessuno. Nella costruzione dell’umanità futura le scelte di oggi riguardo al valore dell’educazione non solo avranno un peso, ma faranno veramente la differenza.

Ecco alcuni punti fondamentali dell’intervento:
  • Cosa vuol dire oggi educare
  • La fatica educativa come valore
  • La molteplicità del divenire umano
  • Dare un senso al proprio agire
  • L’educazione come scelta di sviluppo
  • Educazione e fatica: un confronto necessario per costruire il futuro dell’uomo



Don Martino Signoretto
Fatica e lavoro nella Bibbia
Che senso hanno tutte le fatiche alle quali Dio ha sottoposto l'uomo?
Dio ha dato senso a tutto, ha messo
ogni cosa al suo posto.


Quasi ovunque, nella Bibbia, l'uomo è ritratto alle prese con il proprio lavoro. Seppur con le giuste distanze, per lo più dovute al fatto che il lavoro e il suo significato si sono per molti aspetti modificati nel tempo, il testo biblico ci introduce nella realtà del lavoro, del suo valore, della sua fatica e della sua redenzione.

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse." (Gn 2, 15). Il lavoro dell’uomo è fortemente orientato in senso etico. Non si tratta solo di “coltivare” la terra, ma di “custodirla”. Coloro che lavorano, infatti, non si limitano a svolgere un’azione materiale, ma sostengono la Creazione (Sir 38, 34). L'azione stessa del Creatore è spesso descritta tramite i gesti dell'operaio, che dà forma all'uomo (Gn 2, 7), fabbrica il cielo "con le (sue) dita" e fissa le stelle al loro posto (Sal 8, 4).

La Bibbia, inoltre, si dimostra severa nei confronti dell'ozio. S. Paolo afferma che coloro che si rifiutano di lavorare "neanche mangino" (2 Ts 3, 10). Il valore del lavoro rientra nell’ordine delle cose umane. Grazie ad esso l’uomo conserva se stesso, non solo fisicamente, ma anche per ciò che riguarda la dignità della propria natura. L’astensione immotivata dal lavoro, per pigrizia, è origine di degradazione per l’uomo: "La porta gira sui cardini, così il pigro sul suo letto" (Pr 26, 14). Il valore del lavoro nel testo biblico si appoggia su una solida visione circa l'importanza del lavoro nella vita sociale e nei rapporti economici. Senza i contadini e gli artigiani "sarebbe impossibile costruire una città" (Sir 38, 32). In sintesi si può affermare che lavoro e fatica, anche nel testo biblico, siano elementi fondamentali dell'esistenza umana. La fatica, in particolare, non va però interpretata come maledizione divina e neppure come ineluttabile conseguenza di uno stato di peccato.

Nel testo biblico si distingue tra fatica senza senso, espressione di vanità o di ingiusta oppressione, dalla fatica in cui si estrinseca la profonda compartecipazione dell’uomo al progetto di Dio sulla creazione. È solo in essa, infatti, l’autentico significato del “faticare umano nel lavoro”.

Questi i punti fondamentali dell’intervento:
  • Il senso etico del lavoro
  • Lavoro, fatica e dignità umana
  • Dare una direzione interiore alla fatica
  • Lavoro: fonte di arricchimento umano e sociale
  • La fatica come strumento di creazione per l’uomo



Leonardo Poppa
Vivere e ispirare emozioni
“Esprimere la creatività è comunque una fatica non comune:
l’artista è costretto ad elevare l’intensità del presente, a svegliarsi, a dilatarsi.
È proprio questa energia accumulata, questo sforzo strutturato che consente alla creatività di sbocciare,
apparentemente in modo imprevedibile e casuale”.


Il tema della fatica, nel mondo dell’arte e, in particolare, dello spettacolo è un argomento che crea molti dubbi, quesiti e curiosità.

Da una parte, infatti, c’è la televisione che, con il suo susseguirsi di programmi e intrattenimenti, comunica tra le righe una certa facilità circa il lavoro dell’attore, del regista o di chi si esprime in forma artistica; essa veicola con troppa frequenza un’immagine superficiale dell’attore e dell’ambiente che lo circonda, facendo al tempo stesso accettare, con altrettanta leggerezza, la mancanza di serietà professionale e l’inconsistenza dei contenuti proposti.

Ma nel momento in cui s’incontra un’artista vero, tutti, anche i profani, capiscono che dietro alla sua bravura c’è un grande lavoro, fatto di diversi elementi quali fatica, sofferenza, rigore, sacrificio. In ambito teatrale, per arrivare a divertirsi nell’adempimento della propria professione è indispensabile avere dedicato molto tempo, in fase preparatoria, al “faticoso” processo di acquisizione di quegli strumenti necessari a produrre una performance convincente e senza intoppi. La fatica dell’attore, infatti, non deve essere esibita né percepita in alcun modo in scena poiché inevitabilmente contagerebbe il pubblico, che non sempre è disposto a condividerla.

La fatica maggiore per chi lavora nel mondo dello spettacolo consiste nell’ampliare le proprie capacità intellettuali, fisiche e sensoriali. L’attore deve allargare il suo essere affinché un’altra “persona” possa abitarlo e deve inoltre riuscire a farlo in armonia con il contesto, soprattutto quando ha la fortuna di essere diretto da un buon regista.

Uno dei mestieri più complessi in ambito artistico, infatti, è la regia, la cui grande fatica è mediare e risolvere conflitti. Ma è proprio il conflitto creativo ad offrire gli spunti più interessanti alla qualità dell’opera d’arte, la quale ha bisogno dello sforzo coordinato di personalità originali che desiderano essere tutte protagoniste ma che non possono esserlo contemporaneamente. L’intervento toccherà punti importanti, quali:
  • La fatica dell’artista
  • L’immagine dell’attore in video: leggerezza o serietà?
  • Cosa c’è dietro ad una performance fluida
  • L’attore si diverte nel suo ruolo ma...
  • Perché un bravo attore riesce a contagiare il suo pubblico
  • La fatica dell’intensità: vivere e ispirare emozioni



Vladimiro Rovatti
La fatica della giustizia: scelte morali e decisioni professionali
“Un conto è ammettere che il diritto sia morale, altro che la morale sia diritto: alla morale è assegnato il compito
di realizzare la pace interna, mentre al diritto è attribuito il compito di realizzare quella esterna”.
“Quello che deve prevalere è un qualcosa di superiore, è il senso e il rispetto della giustizia,
con tutte le garanzie che la stessa merita”.
“La giustizia richiede addirittura qualcosa di più della fatica, perché l’insuccesso potrebbe accompagnarci intimamente
per lungo tempo, poiché non riguarda solo noi ma anche qualcun altro”.


La fatica non è solo fisica, ma anche morale, psicologica. Una fatica che accompagna giorno e notte, per settimane, per lunghi periodi. Questo è quanto può accadere ad un avvocato nel momento in cui assume la difesa di un imputato accusato di gravi crimini.

Un qualcosa che la morale comune non condivide, ma che la professione, piuttosto che il senso di giustizia, impone, sempre nel pieno rispetto delle regole deontologiche. Seppure possa apparire diverso, quante volte in azienda si devono affrontare scelte pesanti, ristrutturazioni, casse integrazioni e licenziamenti, che costringono a notti insonni, ma che il senso di appartenenza e di professionalità impongono. Anche in questo caso c’è un qualcosa di superiore: le regole del mercato. Nel contesto giuridico opera anche la fatica di trovare soluzioni dottrinali piuttosto che formali - la cosiddetta difesa nel processo - contrastanti con il pensiero e la morale comune. Anche in azienda troviamo la stessa fatica di scelta quando si suffragano, attraverso valutazioni economiche, scelte imprenditoriali che non rispondono a dettami morali, ma semplicemente a calcoli di convenienza, i quali, nel rispetto delle leggi, permettono ai propri progetti imprenditoriali di fare un salto di qualità nel mercato di riferimento.

Ancora in campo giuridico, tutta questa fatica trova la sua esaltazione nel dibattimento, dove si concentrano timori, speranze, paure. Il ruolo dell’imputato in questa fase può trasformarsi in quello di reo, per cui l’imperativo è salvarlo, nel rispetto e nel contesto delle leggi. Così come spesso si tratta di salvare l’azienda nel contesto e nel rispetto delle leggi. Il tutto si conclude con la fatica di accettare la sentenza, il giudizio dei terzi a volte da noi non condiviso ma socialmente corretto, poiché finché ci sarà una sentenza emessa da un terzo ci sarà una giustizia e tutta la nostra fatica potrà così trovare uno scopo. Anche il mercato non sempre riconosce e premia le politiche di un’azienda, ma pur in presenza di un insuccesso è giusto che ci sia un terzo che autonomamente chiede e decide. Perché finché prevarrà il mercato ci sarà imprenditorialità. Ecco i punti salienti dell’intervento:
  • Le regole del gioco, che fatica!
  • La fatica delle scelte morali e professionali
  • La fatica della verità formale
  • La fatica del contraddittorio, far vincere le proprie tesi
  • La fatica del verdetto, riconoscere la sentenza
  • Il successo della giustizia, la fatica ha sempre un senso
  • Correlazioni con il sistema aziendale



Marco Aimone
Allenamento e preparazione
...Vi sono due possibilità di far successo. O ci si impegna veramente molto,
oppure si afferma di lavorare molto. Io consiglio il primo metodo, poiché c'è molta meno concorrenza
Danny Kay


“Un mestiere affascinante per la capacità della magia di stravolgere il pensiero logico, di correre in parallelo con i nostri schemi mentali, quasi a spingerci in un'altra dimensione. È molto importante nel mio lavoro riuscire a gestire la fatica e in questi casi sono essenziali l’allenamento e la preparazione”.


Una delle domande più frequenti che mi vengono rivolte dopo una mia esibizione è: Quante ore ti alleni? ovvero quanto fatichi, quanto hai impiegato ad essere così bravo?

La risposta è difficile perché il pubblico associa il lavoro del prestigiatore alla sola abilità tecnica; in realtà l’illusione non è solo nella tecnica, peraltro imprescindibile e spesso invisibile, o negli oggetti: l’illusione è nella testa degli spettatori! Il grande mago spagnolo Arturo de Ascanio disse: l’effetto magico si crea nell’istante in cui lo spettatore confronta la situazione iniziale con quella finale e non trova fra esse una relazione causale.

L’esibizione magica è comunicazione, perciò composta da: linguaggio non verbale, recitazione, costruzione di testo e di sottotesto, conoscenza del simbolismo, gestione delle emozioni, curva drammatica e molto altro ancora.

Per questo la mia vita è un allenamento costante e le mie letture, le mie vacanze, la scelta dei vestiti, tutto è condizionato dalla mia professione: se vedo un oggetto penso a come potrei utilizzarlo o farlo sparire o trasformarlo, oppure mi chiedo quali giochi conosco che lo utilizzano.

Il mio lavoro è il mio hobby e se mi chiedono se è faticoso, rispondo di sì, perché esso comprende anche una serie di aspetti molto concreti, come gli spostamenti, i rapporti con gli agenti, il mercato, la pubblicità.

Il tutto per raggiungere il successo... ma cosa è il successo?

Escludo in modo aprioristico i concetti di status sociale o del “far soldi”. Per me successo è da una parte riuscire a trasmettere al pubblico, attraverso l’esibizione, l’idea che ho io della magia, dall’altra suscitare entusiasmo e stupore. Per la riuscita di un gioco, per il mio successo, sono fondamentali le manifestazioni e le reazioni di chi mi sta davanti.

Il contesto in cui si svolge lo spettacolo è fondamentale: tutti gli artisti, per un certo verso, sono filosofi, dato che possono aiutare a riconfigurare la percezione della realtà e della verità, ma possono farlo solo con coloro che glielo permettono. Per parafrasare Picasso, tutti noi artisti siamo imbroglioni, ma aiutiamo a riconoscere la verità. Ecco i punti salienti dell’intervento:
  • Le quattro fasi dell’apprendimento
  • Allenare le mani
  • Allenare la mente
  • Messa in scena
  • Allenarsi per gestire l’imprevedibile



Federico Lunardi
Più sudore in addestramento, meno sangue in combattimento
Non ti illuderò con i principi del piacere, anzi, come è stato decretato dagli dei, ti esporrò la realtà dei fatti. Gli dei, infatti, non concedono nulla di buono né di bello agli uomini senza lavoro e fatica... Se poi desideri essere tenuto nel più alto onore da una città, devi esserle di enorme aiuto; se vuoi espanderti e crearti un possedimento grazie alle tue imprese, o se desideri liberare amici dalla prigionia o rendere schiavi i tuoi nemici, devi imparare l’arte militare da coloro che ne siano esperti ed adoperarti per esercitarla come si deve; se invece desideri essere forte anche fisicamente, devi abituare il corpo ad essere assoggettato alla mente, perché sia la mente a comandare, e devi esercitare il tuo corpo con fatica e sudore.
Senofonte, Memorabilia, II, 1, 28-29


“Lo spirito è in grado di far vincere ogni battaglia perché si mantiene forte anche quando il corpo è esausto”.


“Allenamento severo e alacrità incessante sono i metodi con cui si affrontano gli assalti in profondità” dicono Sun Tzu e Sun Pin, rispettivamente ne L’Arte della Guerra e in Metodi Militari. Fatica, costanza, sacrifico, addestramento continuo sono fattori che si perdono nella notte dei tempi della storia militare.

Come l’atleta si allena anni per una prestazione che può durare pochi minuti e il musicista suona per ore in vista di una breve esibizione, il soldato deve sostenere lunghi allenamenti non solo fisici e tecnici, nell’uso delle armi o nelle strategie da adottare, ma anche emotivi, mentali, cognitivi e spirituali, per poter agire in modo immediato sul campo d’azione. In questo caso, è proprio l’addestramento il momento in cui la fatica raggiunge il suo apice, in quanto la preparazione al compito diventa momento imprescindibile dell’azione vera e propria.

L’addestramento di fatica è quindi allenamento alla fatica, elemento fondante della formazione del carattere e della professionalità. Acquisire dimestichezza nei confronti di sé stessi e dei compagni, familiarizzando con le reazioni mentali e fisiologiche allo stress, consente di aumentare la forza interiore necessaria ad affrontare situazioni estremamente critiche. La medesima energia entra in gioco nella professione medica. La fatica risulta un antidoto a qualunque situazione si possa incontrare sul campo. Permette di reagire al momento opportuno, anche quando si rischia la vita per salvarne un’altra. Consente di prepararsi alla presenza mentale sul campo e, quindi, alla fatica psichica che la professione comporta.

La fatica fa parte di questi due ambiti proprio perché è l’uomo ad esserne il cuore, il fulcro, la ragione ultima. Pur nell’era tecnologica, nell’avvento dell’aeronautica e della missilistica, che hanno segnato un distanziamento sempre maggiore delle parti in conflitto, l’uomo sarà sempre chiamato alla fatica, sia essa fisica o mentale, come in passato. Anzi, oggi come non mai la precisione e la velocità di risposta impongono all’individuo un lungo, difficile e faticoso percorso di allenamento all’eccellenza e alla responsabilità. Ecco i concetti essenziali dell’intervento:
  • Mistica della fatica in ambito militare
  • La fatica nel passato e nel futuro dell’uomo
  • Il percorso della fatica: una costante e tenace preparazione al compito
  • Addestramento fisico, emotivo e spirituale
  • La fatica come formazione
  • Forza interiore e presenza mentale
  • La fatica come antidoto alle situazioni difficili



TESTIMONIANZE DAL MONDO SPORTIVO

Kark Unterkircher
"Volevo scalare tutte le montagne della terra"
“Volevo scalare tutte le montagne della Terra. Non ci sono riuscito, non ci riuscirò mai. Tuttavia vado ancor sempre in montagna, non ho ancora trovato qualcosa di equivalente. Quando scalo le montagne, sento ancora l’intensità che mi dà, quale io sono. Le montagne sembrano avere innumerevoli porte. Quando se ne apre una, se ne trovano davanti tantissime altre. È impossibile aprirle tutte. Però dietro ognuna si presume ci sia qualcosa di nuovo”.


Queste le parole di Karl Unterkircher, nato nel 1970 a Selva di Val Gardena (Alto Adige) dove tutt’ora vive. La sua voglia di avventura comincia a 15 anni, età in cui prova le prime arrampicate in montagna. Al servizio militare, poi, nei paracadutisti alpini, ricopre il ruolo di istruttore militare di alpinismo. Nel 1997, dopo diversi anni di attività alpinistica, conclude gli esami da guida alpina e da allora la sua grande passione è diventata una realtà professionale.

Nella sua carriera di scalatore ha intrapreso 8 spedizioni in Sud America e sull’Himalaya, ha raggiunto 32 volte quota quattromila sulle alpi e ha effettuato 30 prime ascensioni sulle Dolomiti. Il lungo e costante allenamento insieme alle innumerevoli scalate, hanno senz’altro contribuito a segnare nel 2004 il più grande successo di Unterkircher: la scalata, nell’arco di due mesi, senza l’ausilio di bombole d’ossigeno, dell’Everest (8.850m) e del K2 (8.611m) entrambi situati sulla catena dell’Himalaya al confine tra la Cina ed il Nepal.

L’ultima grande spedizione l’ha conclusa con successo il 20 luglio 2007 raggiungendo, insieme ad altri due italiani, la cima del Gasherbrum 2 (8035m), terza vetta più alta del massiccio del Gasherbrum situato nella catena montuosa del Karakoram, nell'Himalaya; una ascensione in stile alpino, senza l'ausilio di ossigeno né di portatori d'alta quota, riuscita in 3 giorni, attraverso la mai esplorata parete nord.



Enrico Banchi
Il Glick: il punto “G” delle aziende
Quanto maggiore è la difficoltà, tanto maggiore sarà la gloria.
Cicerone


“Glick è il Nirvana del Management, il punto di arrivo di ogni processo di cambiamento significativo”.

Glick: una parola nuova, una parola onomatopeica che evoca il suono di qualcosa che s’incastra perfettamente in qualcos’altro all’interno di un meccanismo di collimazione più o meno complesso.

Glick è la parola che usiamo qui per rappresentare i concetti fondamentali dell’evoluzione del management nel XXI secolo. È il punto “G” aziendale, qualcosa da cercare, con costanza, attenzione, molte volte con fatica. Si tratta di uno stato di equilibrio desiderato e da sempre anelato attraverso le diverse teorie sul comportamento manageriale che hanno fatto la storia organizzativa.

È l’equilibrio del giocoliere, in grado di lanciare in aria in modo armonico e consecutivo un certo numero di palle. È l’equilibrio del manager che deve gestire il cambiamento costante del mercato, delle vendite, della concorrenza, delle risorse a disposizione e della sua stessa vita. Raggiungere il Glick significa:
  • avere consapevolezza dello stato attuale, di quante “palle” dobbiamo far girare
  • conoscere profondamente lo stato desiderato, ovvero il punto di destrezza nella gestione delle nostre juggling balls
  • eseguire un allenamento continuo per arrivare allo stato desiderato
  • raggiungere l’armonia e l’equilibrio di esecuzione
Ecco quindi che Glick è la curva della crescita in continuo aumento, è il mercato che ci sorride, è la voglia di lavorare che hanno le nostre risorse, è il successo conseguente alle nostre azioni.

Ma soprattutto è il frutto dell’impegno e della tenacia del nuovo manager/giocoliere, in grado di trovare nella sua stessa fatica il segreto della propria armonia esecutiva. Questi i punti fondamentali dell’intervento:
  • Le origini del successo
  • Crescere con fatica e fatica nel crescere
  • Le fatiche dei primi anni
  • Biografie faticose
  • La fatica del juggler: le prime attività del manager
  • L’equilibrio delle nostre quattro sfere: che fatica!
  • Serendipity: la fatica dell’attenzione costante
  • Fatica e percezione
  • Il fireback ovvero il successo del ritorno
  • Leggere, navigare, informarsi




 

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